
Entro il 2040 la domanda di litio aumenterà di oltre il 350%, mentre quella di grafite supererà il 130%. E, in questo contesto di frenesia estrattiva, si è scatenata una vera e propria corsa diplomatica: sono nati 73 accordi e partenariati internazionali riguardanti i minerali critici, 58 dei quali firmati dopo il 2022.
Il rapporto UNCTAD Global Trade Update delinea un quadro di opportunità storiche e rischi profondi per i paesi in via di sviluppo. Questi paesi possiedono la maggior parte delle riserve mondiali di minerali critici – l'Africa da sola detiene circa il 25% del totale – ma la storia si ripete: la stragrande maggioranza rimane intrappolata nel ruolo di meri estrattori di materie prime, mentre la vera ricchezza viene generata negli impianti di trasformazione di pochi paesi.
La geografia disomogenea degli affari
Il rapporto rileva che l'offerta di minerali critici rimane altamente concentrata. Nel 2025, la Repubblica Democratica del Congo ha rappresentato il 74% della produzione mondiale di cobalto. La Cina ha prodotto il 78% della grafite naturale. E Australia, Cile e Cina insieme hanno prodotto oltre il 70% del litio.
Ma l'asimmetria più evidente risiede nella raffinazione e nella lavorazione, dove si crea il vero valore aggiunto. In questo ambito, la Cina svolge un ruolo dominante nella raffinazione di diversi minerali critici, e l'Indonesia detiene già il 43% della capacità globale di raffinazione del nichel. La sfida, sottolinea il rapporto, è che i paesi in via di sviluppo ricchi di minerali continuano a esportare materie prime, mentre la lavorazione e la produzione a maggior valore aggiunto avvengono altrove.
L'opportunità e la trappola per il Sud del mondo
L'aumento dei prezzi dei minerali critici può rappresentare una benedizione per lo sviluppo o l'ennesima maledizione. I paesi con ingenti riserve si trovano ad affrontare lo stesso annoso dilemma: come evitare di diventare semplici esportatori di materie prime.
Alla conferenza UNCTAD16, il Segretario generale delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, Rebecca Grynspan, ha avvertito: " Non possiamo ripetere gli errori del passato con lo sfruttamento sistematico dei paesi in via di sviluppo ridotti alla produzione di materie prime di base".
Il rapporto sul Madagascar, pubblicato anch'esso dall'UNCTAD, delinea una possibile via da seguire. La nazione africana potrebbe creare almeno 20.000 posti di lavoro e sbloccare nuove opportunità industriali espandendo la produzione a valore aggiunto e diversificando l'economia al di là dell'esportazione di materie prime minerali. Le donne, tra l'altro, rappresenterebbero circa il 52% dell'occupazione diretta nei settori prioritari, in particolare nel tessile e nell'industria alimentare.
73 accordi: la corsa per garantire l'approvvigionamento
Di fronte a questo scenario di elevata concentrazione e rischio geopolitico, molti governi sono passati dalla retorica all'azione. L'UNCTAD ha individuato 73 accordi e partenariati internazionali sui minerali critici, una cifra che dimostra la dinamicità della situazione.
Queste alleanze, che spaziano dall'esplorazione al riciclo, sono sintomatiche di una nuova realtà: la transizione energetica non è solo un imperativo climatico, ma anche un campo di battaglia per il commercio e il potere.
Cooperazione o frammentazione: il bivio finale
Il rapporto si conclude con un interrogativo inquietante: i minerali critici rappresenteranno un'ulteriore fonte di frammentazione globale o la base per una cooperazione internazionale più solida e inclusiva?
Il rischio di un sistema frammentato di accordi, regole e standard sovrapposti è concreto. Ciò potrebbe aumentare i costi, complicare le decisioni di investimento e spingere i paesi in via di sviluppo ad allinearsi con un partner a scapito di un altro.
Un approccio più coordinato, d'altro canto, contribuirebbe a mantenere il commercio dei minerali aperto, prevedibile e orientato allo sviluppo, accelerando al contempo la transizione energetica. La decisione spetta alla comunità internazionale.