La crisi di Hormuz colpisce il commercio globale: il Giappone perde il 64% del suo petrolio.

A poco a poco, le cattive previsioni sull'aumento dei prezzi e sui problemi di approvvigionamento, formulate all'inizio della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, si stanno avverando. 

I primi dati commerciali di aprile 2026 rivelano il grave impatto che la crisi nello Stretto di Hormuz sta avendo sulle forniture globali di energia, fertilizzanti e materiali industriali. Secondo un'analisi dell'International Trade Centre (ITC), le esportazioni di 12 prodotti chiave provenienti da economie dipendenti da questa rotta marittima sono crollate e i mercati importatori, nonostante la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, non sono stati in grado di compensare completamente le perdite.

Uno shock dell'offerta senza precedenti

Dalla fine di febbraio, la riduzione del traffico commerciale e l'aumento dei costi di trasporto e assicurazione hanno inciso sui flussi commerciali ben oltre la regione. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio e un terzo del commercio mondiale di urea, è diventato un collo di bottiglia critico.

I dati di aprile 2026 mostrano una contrazione generalizzata:

  • Gas naturale liquefatto (GNL): i volumi di esportazione sono diminuiti del 95%.
  • Urea (fertilizzante): la diminuzione è stata dell'83%
  • Metanolo e ammoniaca: le riduzioni sono state rispettivamente dell'80% e del 75%.

Complessivamente, le esportazioni dei 12 prodotti selezionati sono diminuite del 54% rispetto all'anno precedente.

In termini assoluti, la perdita maggiore si è concentrata sul petrolio greggio, con una riduzione di 28 milioni di tonnellate, seguito dai prodotti raffinati e dal GNL.

Mercati importatori: tra dipendenza e diversificazione

L'impatto non è stato uniforme. I mercati che storicamente dipendevano fortemente dai fornitori della regione del Golfo hanno subito le maggiori contrazioni nelle loro importazioni totali.

Il Giappone, che tradizionalmente ricavava il 91% del suo petrolio greggio da queste economie, ha registrato un calo del 64% nelle importazioni totali del prodotto.

La Corea del Sud (con una dipendenza del 62%) e la Malesia (con il 53%) hanno visto le loro importazioni diminuire rispettivamente del 23% e del 41%.

D'altro canto, alcuni mercati hanno resistito meglio alla tempesta. La Thailandia, ad esempio, ha aumentato le sue importazioni di petrolio greggio del 62% assicurandosi forniture da fornitori alternativi.

La diversificazione non è sufficiente

I dati rivelano che, sebbene gli importatori stiano cercando alternative, la sostituzione dei fornitori è stata limitata. Dei 12 prodotti analizzati, le importazioni da fornitori alternativi sono aumentate per 10 di essi.

Tuttavia, solo in due casi (ammoniaca e polimeri di propilene) questo aumento ha compensato completamente il calo delle importazioni provenienti dalle economie dipendenti dallo Stretto.

Gli Stati Uniti e la Cina sono emersi come fornitori alternativi chiave per prodotti come il GNL e i polimeri, ma per altri, come il propano e lo zolfo, anche le importazioni dall'esterno della zona sono diminuite.

Prospettive incerte e reazioni a catena

La situazione rimane instabile. Nonostante le tregue che hanno alimentato le speranze di una riapertura, il traffico è ancora ben al di sotto dei livelli normali e non vi è alcuna certezza su quando tornerà alla normalità.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nelle sue proiezioni di luglio 2026, stimava che la riapertura potesse iniziare a metà mese e che la piena normalizzazione non si sarebbe raggiunta prima di marzo 2027. Tuttavia, l'incertezza rimane la norma.

Oltre alla carenza immediata, il rapporto mette in guardia sugli effetti collaterali :

  • Aumento di prezzo diretto: I costi energetici, il trasporto merci e le assicurazioni sono già in aumento come conseguenza diretta dell'interruzione del traffico nello stretto.
  • Rischio di inflazione diffusa: Questo aumento iniziale dei prezzi non si ferma qui. Poiché l'energia è un fattore produttivo fondamentale per quasi tutta la produzione e i trasporti, questi specifici rincari possono diffondersi a catena, come un effetto domino, a una vasta gamma di prodotti, dai materiali industriali agli alimenti. Se questa diffusione dovesse diventare generalizzata, l'economia potrebbe entrare in una fase inflazionistica, ovvero un aumento sostenuto e diffuso dei prezzi di beni e servizi.
  • Il caso dei fertilizzanti è particolarmente delicato: l'aumento del costo dell'urea può far lievitare i costi agricoli e, in ultima analisi, i prezzi dei prodotti alimentari, colpendo in modo particolarmente duro i paesi più vulnerabili e dipendenti dalle importazioni.

L'ITC conclude che la crisi sottolinea la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali a colli di bottiglia critici e l'importanza di disporre di strategie di diversificazione dei fornitori più resilienti.

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